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Rinunciare all’esame orale di maturità: è solo un caso mediatico?


Da un paio di settimane, la rinuncia all’orale dell’Esame di Maturità da parte di alcunə studentə ha acceso un vivace dibattito mediatico.

Da un lato, moltə commentatorə hanno invocato la chiave psicologica, cercando nella fragilità emotiva o persino nel narcisismo la causa profonda del gesto. Dall’altro, c’è chi lo ha interpretato come un atto di dissenso, di ribellione contro il sistema dei voti. Ma anche questo dissenso è stato rapidamente risucchiato dentro una macchina narrativa sensazionalista, che lo ha trasformato in una sorta di avventura solitaria — una favola moderna in cui questə studentə figurano come tantə Capitano Bravocore, giovani corsari dell’aula scolastica, prontə a sfidare a viso aperto il vecchio ordine che Charles Dickens incarnò nel professore di latino.

In pochi sono riuscitə a uscire dal perimetro rassicurante dell’adultismo. Nella grammatica adulta, la riflessione giovanile resta un corpo estraneo, difficile da accogliere se non viene prima tradotta e ripulita. Non stupisce, allora, che la portata politica di questo gesto venga depotenziata come una forma infantile di esibizionismo.

L’adulto interpreta, giudica — e poco ascolta. Nei feed, circolano con estrema facilità giudizi e diagnosi prêt-à-porter. E a pensarci bene, non sarebbe stato sorprendente se la loro rinuncia all’orale fosse finita anche sotto il segno di uno di quei contenuti virali e pseudo-clinici sulla procrastinazione. Non sono mancati i commenti che, tra un richiamo al rigore e un amarcord dell’educazione “di una volta”, hanno accolto con favore le possibili sanzioni invocate dal ministro Giuseppe Valditara.  

Ma il parlare dei giovani più che con i giovani risponde a un certo modo, del tutto arbitrario, di classificare, valutare per età. Questa classificazione è una questione di potere, serve – come afferma Pierre Bourdieu in Questions de Sociologie – “a porre dei limiti e a costruire un ordine al quale ognuno deve attenersi, all’interno del quale ognuno deve stare al proprio posto”. Anche per questo, un gesto che sfugge al copione — come rifiutare l’orale della maturità — genera tanto rumore: perché mette in crisi le gerarchie della presa di parola tra adultə e ragazzə.

Se usciamo dal comfort zone del pensiero binario tra studentə fragili da compatire e studentə ribelli da punire, ci renderemo conto che alcuni di essə non stanno chiedendo indulgenza né tentando scorciatoie: stanno mettendo in discussione, ciascunə a modo suo, il sistema di valutazione e i suoi limiti.

In Riscoprire l’insegnamento, Gert Biesta mette in luce come l’educazione venga oggi intesa soprattutto come investimento per incassare risorse utili al successo. Un’idea formativa colonizzata dal linguaggio dell’efficienza e del rendimento. Ma questo non è solo uno sguardo teorico: è esattamente ciò che segnalano anche lə studentə rinunciatariə. Le logiche del gioco competitivo, dell’accumulazione strategica di risultati sono opprimenti, faticose, a volte paralizzanti. Parlano di una pressione costante a ottenere voti alti, di una corsa al rendimento che annulla il tempo della riflessione ma anche il diritto al disallineamento, all’errore, al passo indietro. Sebbene dalle parole di alcuni studentə sembra che queste dinamiche si riducano al rapporto diretto con l’insegnante, in realtà la questione si muove su un terreno ben più complesso, che intreccia famiglia, scuola e politiche educative.

Non si tratta, inoltre, solo di una critica al sistema dei voti. Tra le questioni sollevate, Bianca Piergentili, coordinatrice della Rete degli studenti, ha dichiarato alla stampa come lo stesso curriculum dello studente, nato con l’intento di valorizzare i percorsi individuali, finisca per accentuare le disuguaglianze. Le commissioni d’esame tengono infatti conto del Curriculum di ogni studentə proprio durante il colloquio e, in questo modo, l’esame di stato rischia di premiare chi ha avuto più opportunità, rafforzando le disparità nelle condizioni di partenza.

Non meno significativa è la voce di Maddalena, una delle studentesse che ha rifiutato l’orale, e che ha raccontato alla stampa il senso di spaesamento vissuto all’inizio del proprio percorso scolastico. Un’esperienza che richiama l’attenzione su un nodo strutturale (e non un problema emotivo), che riguarda il modo in cui viene pensata la transizione alla scuola secondaria di secondo grado e, con essa, l’orientamento scolastico. Gli studentə arrivano al primo anno con alle spalle una scelta che si costruisce tra aspettative familiari, percezioni vaghe del futuro, opportunità e vincoli materiali e sociali. Si tratta, quindi, di scelte quasi mai compiute da soggetti già pronti e già capaci di narrare sé stessi secondo quel lessico delle competenze che ricorre insistentemente nelle linee guida istituzionali.

Insomma, lungi dal restituire l’immagine di una scuola disincarnata, questo rifiuto interpella la densità sociale, materiale e politica della vita scolastica. Un gesto che non andrebbe archiviato come provocazione mediatica, ma riconosciuto per la forza con cui interroga le logiche che regolano l’esperienza scolastica.

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