
In questo nuovo episodio di Fuori di cattedra, Ciro Cangiano e Antonietta De Feo, per il Laboratorio di Sociologia Democratica, dialogano con Elisabetta Serafini.
Docente di scuola primaria, Elisabetta ha conseguito un dottorato in Storia e Scienze filosofico-sociali all’Università di Roma Tor Vergata, dove tuttora insegna Didattica della storia. È membro della Società Italiana delle Storiche, per la quale si occupa del coordinamento delle attività di formazione rivolte al corpo docente. Per la SIS coordina anche la collana di albi illustrati Storie nella storia, presso la casa editrice Settenove. Tra i suoi ultimi lavori editoriali figura Orientalismi femminili? Oriente e Occidente nelle scritture di viaggio delle donne (secoli XVIII e XIX), pubblicato da ETS nel 2025.
La conversazione parte dalla didattica della storia nella scuola primaria e dal modo in cui Elisabetta ha costruito, tra attività didattica ed editoriale, un percorso che mette al centro la storia delle donne. A suo parere, insegnare storia in chiave di genere non significa aggiungere contenuti al curricolo, ma rivedere le metodologie stesse dell’educazione, a partire dal lavoro sulle fonti. Proprio il rapporto con le fonti conduce il discorso al dibattito sulle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione. Elisabetta ne critica in particolare una concezione della storia prevalentemente narrativa, che rischia di ridurre lo spazio dell’indagine e di allontanare bambine e bambini dal confronto diretto con documenti, tracce e testimonianze del passato.
Il dialogo si sposta poi sull’approvazione della legge sul consenso informato e sulle polemiche intorno all’educazione sessuo-affettiva a scuola. Elisabetta ne analizza i limiti, a partire dal fatto che, per la scuola secondaria, il provvedimento condiziona l’attivazione di questi percorsi al consenso delle famiglie, frammentando così un’esperienza che dovrebbe essere condivisa. Da qui si allarga lo sguardo verso un’idea di educazione sessuo-affettiva più ampia e olistica, non riducibile a interventi specifici o occasionali, ma intrecciata al modo stesso in cui la scuola costruisce saperi, relazioni e rappresentazioni. Una prospettiva che implica anche una rilettura del canone scolastico in chiave di genere e anticoloniale.
Nelle battute finali, chiamata a riflettere su cosa significhi fare l’insegnante oggi, Elisabetta auspica un riconoscimento pieno della professionalità docente, capace di tenere insieme pratica didattica e ricerca. Quella che emerge dalle sue parole è un’idea di scuola non più fondata sulla trasmissione dei saperi al singolo studente o alla singola studentessa, ma sulla costruzione di pratiche cooperative, emancipative e realmente democratiche.

Siamo un gruppo di ricercatrici e ricercatori che ha aperto un nuovo percorso di ricerca, condivisione, sperimentazione e impegno pubblico per la scuola. Il Laboratorio di Sociologia Democratica è un esercizio di riflessività libera e intersezionale, che prova a mantenere vivo il pensiero critico e democratico sull’educazione.
Per il blog di Scuola Democratica curiamo la rubrica Fuori di cattedra, uno spazio di dialogo tra la ricerca accademica e la vita quotidiana della scuola.