
A venticinque anni dalla sua introduzione, l’autonomia scolastica si presenta come un’esperienza profondamente ambivalente. Nata come risposta al centralismo amministrativo e alla rigidità organizzativa del sistema, si è imposta come un principio guida per il rinnovamento della scuola pubblica. Tuttavia, se da un lato l’autonomia ha accordato alle istituzioni scolastiche maggiori margini di azione – nella progettazione curricolare, nell’organizzazione interna, nella definizione dell’offerta formativa – dall’altro si è progressivamente trasformata in un sistema sempre più vincolato da logiche esterne: logiche valutative, standardizzanti, orientate alla rendicontazione e alla misurabilità dei risultati. La scuola, sotto questo aspetto, rimane saldamente ancorata a un regime di eteronomia.
Inoltre, la mancanza di una cornice organica ha finito col favorire l’emergere di dinamiche localistiche, disuguaglianze territoriali, divari nell’accesso alle risorse e nella qualità dell’offerta formativa.
Un aspetto centrale della storia dell’autonomia è rappresentato dalla contraddittorietà rispetto agli obiettivi di equità e coesione sociale. Le pratiche di scelta scolastica, le dinamiche di “school marketing”, l’orientamento come “triage”, l’uso dei dati comparativi come strumenti di posizionamento delle scuole nel mercato dell’istruzione, hanno finito per rafforzare (e per legittimare) la segmentazione tra istituti, tra aree territoriali, tra gruppi sociali.
Questo esito dell’autonomia era prevedibile, date le premesse, ma non l’unico possibile. Rileggendo le pagine dei suoi fautori (per esempio, Bottani), non è questo l’esito che in molti auspicavano e prevedevano.
Il modello che ha prevalso è figlio di un progetto tecnocratico, neo-manageriale e neo-liberale, che l’ha concepita come spazio di competizione regolata e come contenitore di adempimenti procedurali, che hanno mutato il mito della governance come sussidiarietà in una forma di governamentalità (quindi metodo di esercizio di controllo e potere).
A distanza di 25 anni, è giunta l’ora di chiedersi se il progetto di autonomia neo-liberale abbia garantito maggiore efficienza, contrastato o esacerbato le diseguaglianze, risolto o inasprito la crisi della scuola come istituzione. I sostenitori della valutazione delle politiche, purtroppo, non si sono affannati per dirci come è andata.
Per quanto riguarda l’ultimo punto, la riforma della scuola in senso neo-liberale è stata, secondo F. Dubet, la risposta a una crisi delle istituzioni, determinata soprattutto dalla sua crescita, e a cui si è risposto con la diversificazione, la competizione, la scelta, l’opposizione tra saperi e competenze, e soprattutto con l’idea di lifelong learning. Tutti elementi diretti a ristrutturare in profondità il rapporto tra scuola, Stato e mercato. Il frame generale è stato quello dello smantellamento del welfare della tradizione socialdemocratica da sostituire con modelli di learnfare fondati su mobilità, adattabilità (precarietà) e formazione continua.
In definitiva, dopo 25 anni di autonomia possiamo dire che la crisi dell’istituzione è stata superata?
In risposta a questa domanda, le vestali del “neoliberismo reale” tenderanno a dire che il modello non funziona perché non ci sono abbastanza competizione, abbastanza mercato, abbastanza scelta, abbastanza valutazione, abbastanza capacità di usare la valutazione per premiare e punire. In sostanza, in questo modo si sottrarranno alla valutazione del loro progetto, spostando il focus, di volta in volta, su insegnanti e dirigenti, interrogando la loro adeguatezza a rispondere agli imperativi che impongono le “riforme”, attraverso misure “magiche” del valore aggiunto.
La scuola, dopo 25 anni di riforme grandi e piccole, rimane l’accusata, perché, al solito, dal loro punto di vista, è il mondo a fare inopinatamente resistenza alla “razionalità” del riformatore.
Ma in tutto questo cosa ha perso la scuola? Dal mio punto di vista, la scuola del progetto neo-liberale ha smesso di perseguire l’ideale repubblicano dell’uguaglianza delle opportunità e l’ideale della coesione nazionale e dell’integrazione sociale perseguito dalla scuola dell’era democratico-sociale.
Non soltanto oggi il sistema scolastico è esploso in mille schegge, ma è cessata la risonanza tra scuola e istituzioni politiche. Il “riformismo” neoliberale (accompagnato dalle campagne stampa), negli ultimi venti anni, si è alimentato di accenti anti-scolastici che hanno messo in dubbio l’integrità e l’adeguatezza degli stessi insegnanti, alimentando un senso comune di sfiducia nella scuola nel suo complesso.
Come rispondere a questo pseudo-riformismo? Occorre fare quadrato intorno a un’idea di scuola come comunità educativa fondata sulla cooperazione, sul radicamento territoriale, sulla partecipazione. Una scuola che voglia fondarsi sui valori repubblicani e democratici, a partire da quelli di uguaglianza.
Solo in questa prospettiva può essere messa in discussione quella logica dell’orientamento (e della scelta) come triage scolastico, che segmenta precocemente i percorsi, seleziona per esclusione e rischia di amplificare le diseguaglianze invece di contrastarle.
Solo in questo modo può essere messa in questione quella opposizione fittizia e intellettualistica tra trasmissione dei saperi e competenze.
In definitiva, l’autonomia non va archiviata, ma liberata dalle sue derive performative, restituendole il ruolo originario di leva per la costruzione di una scuola pubblica capace di garantire diritti, riconoscere differenze, promuovere emancipazione. Perché, a dispetto delle sue fatiche quotidiane, la scuola continua ad essere uno dei pochi luoghi in cui può ancora darsi un’idea concreta e praticabile di giustizia sociale.

Marco Pitzalis (PhD – EHESS Paris) è professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, è membro associato del Centre Européen de Sociologie et de Science Politique (CESSP – Paris) e del Collegio del Dottorato in Ricerca e Innovazione Sociale dell’Università di Cagliari. È componente della direzione di “Rassegna Italiana di Sociologia” e del Comitato di Direzione di “Scuola Democratica”. Ha coordinato la sezione educazione dell’Associazione Italiana di Sociologia (2022-2024). I suoi principali interessi di ricerca vertono sullo studio delle diseguaglianze scolastiche, dei sistemi scolastici, delle politiche educative e dell’istruzione, dell’innovazione culturale, del cambiamento istituzionale, della formazione degli insegnanti e degli Higher education studies.