
Negli ultimi trent’anni l’orientamento è diventato centrale nei discorsi politici e pedagogici. Paradossalmente, però, ciò che si è affermato non ha nulla a che fare con l’idea di accompagnare i giovani a scoprire desideri, talenti, possibilità. Al contrario, l’orientamento si è ridotto a un dispositivo di classificazione, a un insieme di strumenti di triage ideati per selezionare, incanalare, dividere. La svolta risale agli anni Novanta, quando il sistema educativo italiano ed europeo fu cooptato come elemento centrale per lo sviluppo del progetto neoliberale di economia e società. Pomposamente, i leader indicarono la strada per la costruzione della società e dell’economia della conoscenza, che prevedeva la fine del welfare socialdemocratico per passare a un sistema di learnfare e workfare. In altre parole, i lavoratori, resi flessibili, dovevano essere formati e orientati per tutta la vita. Perché noi avremmo costruito una società di servizi in continua evoluzione e avremmo lasciato al Terzo Mondo il lavoro operaio e dei saldatori (quanto razzismo e quanta stoltezza in questa idea!).
Allora si cominciò a parlare di scelta, autonomia, responsabilità individuale. Dietro queste parole, apparentemente progressiste, si nascondeva il progetto di trasformare la scuola in un quasi-mercato, dove le famiglie diventano clienti e gli studenti utenti. Strumenti come Eduscopio o i test Invalsi sono serviti a legittimare questo meccanismo, presentando come “naturali” differenze che sono invece figlie delle condizioni sociali e territoriali. La scuola che prometteva uguaglianza ha finito per cristallizzare disuguaglianze. E l’orientamento, invece di aprire futuri, ha iniziato a chiuderli. Dentro questo quadro, la retorica della “personalizzazione” è stata svuotata del suo senso autentico. Personalizzare non significa profilare. Non significa suddividere gli studenti in target come fanno le aziende con i consumatori. Significa costruire percorsi a partire dalle singolarità, trasformando le differenze in risorse comuni. Oggi, invece, i cosiddetti “percorsi individualizzati” spesso non fanno che rinforzare la competizione e il destino sociale di ciascuno. Emblematico è il curriculum dello studente: presentato come valorizzazione, rischia di congelare le differenze a 13 anni, trasformandole in biografie già scritte. A questo impianto neoliberale si è aggiunta, di recente, una svolta neoconservatrice. Le Linee guida 2025 ne sono un esempio lampante: il ritorno all’insegnante-Magister, la centralità della grammatica, la riaffermazione dell’autorità. Una scuola nostalgica, impaurita dal futuro, che pensa di rispondere alle sfide globali con più regole e più disciplina. In questo quadro, l’orientatore non è un educatore, ma viene ridotto al ruolo di burocrate con compiti di smistamento secondo criteri di efficienza e presunta “occupabilità”. Eppure, proprio oggi, con l’avanzata dell’intelligenza artificiale, il terreno si fa ancora più scivoloso. L’IA non solo cambia i contenuti, ma mette in crisi la stessa autorità del sapere scolastico. In un mondo dove la conoscenza è ubiqua, la scuola non può più illudersi di detenere un monopolio. Non serve contrapporre “saperi” e “competenze” in modo sterile. Al contrario, serve la capacità di mobilitare i saperi in contesti vivi, di trasformarli in cultura che fertilizza. E la vera competenza cruciale diventano le capacità di analisi critica, di analisi delle fonti e di pensiero laterale, cioè la capacità di immaginare alternative, rompere automatismi, dare significato all’imprevisto e di demolire ogni forma di conformismo intellettuale e morale. Ripensare l’orientamento oggi significa smascherare i dispositivi che selezionano e classificano, e restituirgli la sua vocazione democratica. L’orientamento non deve quindi essere praticato come un filtro che assegna posti, ma come un laboratorio che apre possibilità. Non deve ridurre gli studenti a biografie già scritte, ma offrire loro la libertà di reinventarsi.
Significa, infine, affermare che l’orientatore non deve essere un tecnico dell’adattamento, ma un intellettuale critico, capace di interrogare i modelli dominanti e proporre visioni alternative. L’alternativa è secca: da una parte c’è un orientamento che fa da specchio delle disuguaglianze, dall’altra un orientamento che le combatte. Non è un dettaglio tecnico, è una scelta politica. Se accettiamo la logica del triage, accettiamo che il futuro dei giovani sia scritto dai vincoli sociali. Se invece rivendichiamo l’orientamento come pratica democratica, possiamo ancora pensare la scuola come luogo di emancipazione e di progettazione di un avvenire condiviso. Un orientamento per un futuro sostenibile non è quello che prepara docili esecutori per un mercato instabile, ma quello che forma cittadini capaci di immaginare, cooperare e prendersi cura del mondo. Sostenibile significa giusto, aperto, inclusivo, cioè un futuro che non si riduce alla gestione del presente ma che prova, insieme, a reinventarlo. Per approfondire questi temi, invito a leggere il libro firmato da Marco Pitzalis e Laura Nota “L’orientamento a scuola. Per costruire società inclusive, eque, sostenibili” (2024).

Marco Pitzalis (PhD – EHESS Paris) è professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, è membro associato del Centre Européen de Sociologie et de Science Politique (CESSP – Paris) e del Collegio del Dottorato in Ricerca e Innovazione Sociale dell’Università di Cagliari. È componente della direzione di “Rassegna Italiana di Sociologia” e del Comitato di Direzione di “Scuola Democratica”. Ha coordinato la sezione educazione dell’Associazione Italiana di Sociologia (2022-2024). I suoi principali interessi di ricerca vertono sullo studio delle diseguaglianze scolastiche, dei sistemi scolastici, delle politiche educative e dell’istruzione, dell’innovazione culturale, del cambiamento istituzionale, della formazione degli insegnanti e degli Higher education studies.