Inaugurare una rubrica dedicata al fumetto all’interno di una rivista di sociologia dell’educazione sarebbe stato qualcosa di impensabile fino a qualche decennio fa. L’apertura al cosiddetto “linguaggio popolare” e il riconoscimento consapevole rispetto alla natura complessa dei fumetti come strumenti cognitivi e culturali hanno infatti rappresentato una precisa svolta epistemologica – e politica, per certi aspetti – all’interno delle scienze sociali.
Un’apertura tanto ambiziosa richiede di poggiarsi su alcune pietre miliari, quei riferimenti che hanno reso possibile – e continuano a sostenere – il lungo processo di legittimazione del fumetto come oggetto di studio. Anche perché, contrariamente a una percezione diffusa che associa il fumetto a una comunicazione “semplice” o “immediata”, il medium rivela una densità semiotica stratificata, capace di interconnettere dimensioni micro (esperienze personali) e macro (processi storici e collettivi).
In questo senso, è inevitabile richiamare uno dei testi fondativi dei comics studies: Scott McCloud, che in Understanding Comics (1993) ha mostrato come il fumetto non sia un sottoprodotto della narrativa scritta, ma un linguaggio autonomo, retto da una propria grammatica visiva e cognitiva. Tale prospettiva si colloca in discontinuità con l’approccio tradizionale, che tende a gerarchizzare le forme espressive tra testo, dato numerico e immagine, relegando queste ultime a un ruolo ancillare rispetto alla produzione di conoscenza. Il fumetto, al contrario, mette in atto una sinergia tra codici espressivi, generando uno spazio dialogico ibrido in cui la contaminazione semiotica diviene leva pedagogica ed epistemica.
E, naturalmente, sarebbe impossibile parlare di fumetti – come di molte altre cose – senza citare Umberto Eco: in Apocalittici e integrati (1964) ha infatti colto tra i primi il potenziale semiotico-culturale del medium, riconoscendolo non solo come prodotto di massa, ma come costruttore di immaginari condivisi
Proseguendo, Roland Barthes, con Mythologies (1957), ha indicato con chiarezza come le narrazioni visive non si limitino a riflettere la realtà, ma concorrano a plasmarla, trasformandola in mito e attribuendo significati simbolici agli eventi sociali. In questo senso, è possibile argomentare, la produzione di fumetti implica sempre una scelta, un posizionamento rispetto alle tematiche affrontate e dunque un’apertura dialogica.
Peraltro, se i fumetti sono ormai riconosciuti come dispositivi semiotici polivalenti, capaci di costruire conoscenza, stimolare riflessione metacognitiva e generare trasformazione sociale, i dati ci ricordano che non si tratta affatto di una pratica marginale: nel 2022 oltre dieci milioni di persone in Italia hanno letto fumetti. Decisamente un profilo più autorevole e collettivo di quello stereotipo solitario de lettorə “da nuvoletta”, relegatə in spazi periferici della cultura.
Gli sforzi di un processo di legittimazione complesso, per cui il fumetto è entrato a pieno titolo anche nelle scienze sociali e nella comunicazione, sono stati compiuti da diversə studiosə anche nel contesto italiano che ne hanno messo in luce il valore culturale ed educativo. Sergio Brancato lo ha analizzato come prodotto dell’industria culturale ma anche come fonte storica e strumento capace di influenzare gli immaginari collettivi. Gino Frezza ha studiato il rapporto del fumetto con la società italiana e la sua capacità di muoversi tra generi e media diversi. Daniele Barbieri ha invece fornito strumenti per comprenderne i codici, il linguaggio e l’evoluzione storica.
Altrə autorə hanno sottolineato il legame tra fumetto e società: Stefano Cristante ha messo in luce il ruolo di figure come Corto Maltese e Andrea Pazienza nel rappresentare ribellione e marginalità; Stefano Calabrese ha evidenziato la dimensione pedagogica della narrazione disegnata; Barbara Grüning e Alice Scavarda hanno contribuito a fondare una vera e propria sociologia del fumetto. Francesco Della Puppa ha usato il fumetto per raccontare migrazioni e minoranze, mentre Massimo Cerulo e Andrea Turetta hanno proposto una sistematizzazione delle pratiche e dei contesti in cui il fumetto opera. In alcuni miei lavori ho approfondito il tema della graphic medicine, mostrando come il fumetto possa diventare uno strumento educativo e critico nell’ambito della salute e della formazione sanitaria, capace di dare visibilità alle emozioni, alle fragilità e ai vissuti legati alla cura. Ma di questo ne parlerò approfonditamente in un prossimo numero della rubrica.
Se analizzato nella sua accezione educativa, il fumetto sollecita processi di immaginazione e riflessività: rende visibili elementi altrimenti latenti della realtà sociale – emozioni, relazioni, conflitti, memorie – e favorisce pratiche di decostruzione degli stereotipi e di progettazione di alternative. In questa accezione, e scomodando Freire, la funzione educativa del fumetto si estende oltre la trasmissione di contenuti, orientandosi verso la formazione integrale del soggetto, capace di riflettere criticamente ed agire trasformativamente nel proprio contesto di vita.
In questo quadro epistemologico e metodologico si colloca Pensare a fumetti, con l’intento di proporsi come laboratorio aperto di dialogo tra teoria e pratica, tra ricerca e narrazione, tra educazione e immaginazione. Il percorso si articolerà su tre direttrici:
- riflessione teorica sul fumetto come linguaggio pedagogico e strumento critico;
- illustrazione di pratiche didattiche ed esperienze laboratoriali in diversi contesti (aula, musei, ambienti digitali);
- interviste a autorə e professionistə che impiegano il fumetto come leva per attivare processi formativi.
L’obiettivo non è offrire una celebrazione del fumetto come linguaggio “facile” o “accattivante”, bensì promuovere una riflessione sulla sua profondità epistemica e sulla sua potenzialità trasformativa per l’educazione contemporanea, presentando esperienze e scenari in grado di attraversare confini disciplinari, culturali e sociali.
In questo percorso ho deciso anche di divertirmi: alcuni disegni, realizzati da me, e per i quali mi perdoneranno lə artistə per la scarsa qualità, accompagneranno le riflessioni della rubrica; che può sembrare un appuntamento un po’ retrò (ma del resto ancora ci confortiamo nell’immagine della terapia sul lettino della psicoanalisi) ma che proprio per questo conserva una sua unicità. Una cadenza che dà continuità e ci invita a pensare insieme. Con i fumetti.

Veronica Moretti è Prof.ssa Associata all’Università di Bologna, Coordinatrice del corso di laurea in sociologia presso il campus di Forlì e membro del Comitato di Bioetica dell’Università di Bologna. Fa parte del board della European Sociological Association e della European Society for Health and Medical Sociology Association. InsegnaGraphic-Based Medicine: Formazione, Narrazione e Comunicazione Medica a Fumettipresso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna. È In aggiunta è una delle fondatrici e Vice-Presidente dell’Associazione Culturale Graphic Medicine Italia, ha recentemente fondato la collana a fumetti “Graphic Anatomy” con la casa editrice BeccoGiallo