
La recente polemica sulla par condicio nelle scuole fa tornare alla mente una puntata dei Simpson (The Monkey Suit, stagione 17, episodio 21) in cui il preside della scuola di Springfield propone agli studenti un “video educativo imparziale” sul creazionismo e sull’evoluzionismo. Nel filmato, la Bibbia viene presentata in stile televendita, come se fosse il prodotto migliore sul mercato, e a questa viene contrapposta L’origine della specie di Charles Darwin, descritto quest’ultimo come un “ubriacone vigliacco”. Lisa Simpson tenta disperatamente di riportare la discussione sui binari scientifici, però attorno a lei risulta più convincente l’idea che l’oceano sia fatto dalle lacrime di Dio.
Qui il contraddittorio è esplicitamente grottesco e non si intende certo istituire un paragone diretto con le recenti disposizioni ministeriali; tuttavia, l’esasperazione satirica si rivela qui utile per mettere a fuoco alcuni paradossi e criticità che ruotano attorno a principi di per sé condivisibili. La circolare del ministro Valditara sulla par condicio nei dibattiti scolastici richiama infatti il rispetto della libertà di opinione e prevede la selezione di “ospiti di comprovata competenza e autorevolezza” per garantire il pluralismo in classe. Si tratta tuttavia di indicazioni che restano piuttosto generiche – non è chiaro, ad esempio, con quali criteri andrebbero individuati tali ospiti – e che, secondo alcuni commentatori, rischiano di tradursi in una ulteriore compressione dell’autonomia scolastica. Un timore rafforzato dal contesto in cui la nota è maturata: essa giunge infatti all’indomani delle polemiche sul convegno dedicato alla situazione a Gaza presso il Liceo Righi di Roma, al quale doveva prendere parte un esponente della Global Sumud Flotilla, cancellato poco prima dell’inizio dopo che un deputato della Lega aveva lamentato proprio l’assenza di un contraddittorio.
Meno evidente, ma non meno rilevante, è la possibilità che un dispositivo di questo tipo finisca per mettere sullo stesso piano posizioni che, dal punto di vista scientifico e accademico, non hanno lo stesso valore. In teoria, nulla vieterebbe che, sui temi dell’educazione alla sessualità, si arrivi a organizzare un confronto tra una prospettiva costruttivista (largamente accettata nelle scienze sociali) e una essenzialista (spesso legata a visioni religiose o tradizionaliste) presentate come due verità equivalenti. Una simile possibilità non va letta come ipotesi estrema, poiché si inserisce perfettamente in una dinamica più ampia che oggi attraversa la politica mediatica: è sufficiente definire un argomento come “tema divisivo” perché si spalanchi quella che in sociologia politica è nota come finestra di Overton, per la quale punti di vista che hanno perso da tempo legittimità scientifica o anche politica diventano progressivamente accettabili. È un modo questo per far riemergere posizioni marginali e illiberali come se fossero alternative equiparabili a ciò che è stato riconosciuto dalla ricerca scientifica e dal consenso democratico. Nella sua analisi sulla miseria dell’antintellettualismo, Éric Fassin nota come uno degli obiettivi di queste retoriche sia proprio quello di delegittimare i saperi critici, mettendoli sullo stesso piano di posizioni apertamente reazionarie. Come ricorda Marco Pitzalis quando questi saperi vengono sistematicamente screditati come ideologici o strumenti di indottrinamento il rischio è che la discussione pubblica si atrofizzi.
Traferire una categoria politica riferibile alla competizione elettorale (la par condicio) nelle aule scolastiche o nel dibattito scientifico può inoltre generare una pericolosa distorsione epistemologica. In primo luogo, perché la conoscenza scientifica non procede per equa rappresentanza delle opinioni, ma per evidenze, metodo, verifica dei dati e peer review. Un fatto scientificamente accertato non ha un “contro-fatto” equivalente solo perché esiste qualcuno che non ci crede o non è d’accordo. Dal punto di vista pedagogico questa sovrapposizione sarebbe devastante. Se la scuola presenta la storia della Resistenza e teorie revisioniste prive di fondamento documentale come due narrazioni paritarie, tra cui lo studente può “scegliere”, essa abdica al suo ruolo istituzionale di fornire a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro origine, gli strumenti intellettuali per decodificare la complessità del reale.
E poi: davvero basta introdurre un “contraddittorio” per garantire la formazione di un pensiero critico autonomo? Non è questa la sede per discutere di quelle pedagogie che da Freire a Biesta hanno riflettuto a lungo su cosa significhi davvero promuovere il pensiero critico a scuola. Pensare che basti mettere a confronto due posizioni opposte perché gli studenti sviluppino capacità critiche significa, da un lato, sminuire il lavoro educativo degli e delle insegnanti e, dall’altro, ignorare che gli studenti non dispongono tutti delle stesse risorse per decodificare le informazioni.
Il ruolo dell’insegnante non può ridursi a quello di un moderatore neutrale, che dà spazio a un pluralismo indistinto di voci in nome di una malintesa libertà di parola. Allo stesso modo, la scuola non può assumere una funzione meramente compensatoria, spesso invocata nell’attuale, acceso dibattito politico e mediatico sull’educazione sessuo-affettiva. Anche su questo fronte, infatti, la discussione rischia di arenarsi in un vicolo cieco. Molte voci progressiste sono scivolate nell’idea che è la scuola a dover “raddrizzare” l’educazione di giovani cresciuti in contesti familiari segnati dalla violenza della mascolinità patriarcale. Ma questa è una pretesa inefficace, sia perché occulta le cause strutturali delle disuguaglianze di genere e sia perché distoglie lo sguardo dal modo in cui la scuola stessa può contribuire alla loro riproduzione.
Per tale ragione, se l’obiettivo è fornire strumenti per leggere criticamente il mondo, è necessario che la scuola eserciti prima di tutto su di sé una forma di vigilanza critica, capace di riconoscere i meccanismi della violenza simbolica con cui si riproducono i rapporti di potere. Le aule, infatti, non sono spazi neutri o isolati, ma luoghi attraversati dalle medesime tensioni e gerarchie di genere che permeano il corpo sociale. La scommessa educativa risiede proprio nel rendere visibili tali dinamiche – per esempio nel linguaggio usato in classe, nelle aspettative implicite degli insegnanti verso ragazzi e ragazze – trasformandole in oggetto di analisi. Attraverso questo esercizio di consapevolezza, la scuola può offrire un’esperienza concreta di come si possa abitare lo spazio pubblico in modo diverso, interrogando i principi di visione dominanti anziché subirli o riprodurli.

Antonietta De Feo professoressa associata in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Filosofia, comunicazione e spettacolo dell’Università Roma Tre dove insegna Sociologia della comunicazione, Metodologie delle scienze della comunicazione, Gender & media. È membro del consiglio scientifico dell’Associazione Italiana di Sociologia – Sociologia dell’educazione. I suoi interessi si sono focalizzati negli anni su diversi campi di ricerca: le disuguaglianze scolastiche, le politiche linguistiche in ambito scolastico, l’innovazione digitale, il ruolo dell’arte nei processi educativi e nel discorso pubblico sulle migrazioni forzate, le rappresentazioni mediatiche da un punto di vista di genere. Per il blog di Scuola Democratica, scrive la rubrica “La scuola vista dai media” per osservare come la scuola viene rappresentata nello spazio mediatico, quali narrazioni dominano, quali voci emergono o restano ai margini.