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Insegnare storia, educare all’interculturalità. Una conversazione con Bruna Sferra

In questo secondo episodio di Fuori di cattedra, Chiara Lanini, per il Laboratorio di Sociologia Democratica, dialoga con Bruna Sferra.

Bruna Sferra è insegnante di scuola primaria presso la scuola Principe di Piemonte dell’Istituto Comprensivo di via Padre Semeria, a Roma. Attualmente insegna matematica e storia in due classi quarte.

Ha quasi quarant’anni di esperienza nella scuola e da trent’anni è insegnante di ruolo. Nel suo lavoro sperimenta e promuove una didattica inclusiva e attiva, ispirata al pensiero di John Dewey e Célestin Freinet. Il suo percorso pedagogico si nutre dei contributi di Mario Lodi, Bruno Ciari, Maria Luisa Bigiaretti e Albino Bernardini. Per l’insegnamento della storia, il suo principale riferimento è rappresentato dagli insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia afferenti all’area dell’Associazione Clio ’92.

È laureata in Scienze Pedagogiche e collabora con il Centro Studi per la Scuola Pubblica, ente di formazione riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Nel 2016 ha pubblicato il libro “La storia senza frontiere. Per una didattica interculturale della storia” per Roma Tre Press, un lavoro che riflette il suo impegno per un insegnamento della storia aperto, critico e attento alla complessità del mondo contemporaneo.

È inoltre parte dell’esecutivo provinciale dei Cobas Scuola e del Tavolo nazionale per la scuola democratica, nato come spazio di confronto e di proposta critica contro le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025.

Bruna Sferra ci racconta il suo modo di insegnare la storia nella scuola primaria, mettendo in luce come, nonostante anni di ricerca e di proposte innovative, la didattica resti spesso ancorata a un modello tradizionale, fondato sulla spiegazione del docente, sullo studio individuale e sull’interrogazione di verifica, con il testo scolastico considerato lo strumento didattico principale. A partire dalla sua esperienza in classe, riflette sui limiti delle più recenti Indicazioni nazionali, che eliminano il lavoro sulle fonti storiche nella scuola primaria e rafforzano un insegnamento basato esclusivamente sulla dimensione narrativa e sul manuale. Nel suo lavoro quotidiano, invece, la storia viene affrontata per tematiche e costruendo un percorso di educazione alla cultura storica in una prospettiva interculturale, capace di andare oltre una narrazione lineare e isolata delle civiltà e degli eventi. I suoi strumenti privilegiati sono le fonti storiche insieme alle mappe geo-storiche e alle mappe tematiche, per aiutare gli alunni e le alunne a sviluppare capacità di osservazione, interpretazione e collegamento tra fenomeni storici.

Nel suo intervento, Bruna fa anche una riflessione approfondita sulle trasformazioni organizzative della scuola primaria, in particolare sulla cancellazione delle ore di compresenza, che ha inciso in modo significativo sui tempi dell’apprendimento e sulla qualità della didattica. La perdita di queste ore ha reso più difficile rispettare i ritmi individuali di bambini e bambine, ha limitato le attività di recupero e laboratoriali, l’approfondimento di specifiche tematiche e indebolito il lavoro collegiale tra docenti, costretti e costrette a dividersi su più classi. Bruna Sferra sottolinea come questa riorganizzazione abbia modificato il funzionamento quotidiano delle classi, con una minore possibilità di costruire percorsi didattici condivisi e distesi nel tempo.

In chiusura, Bruna riflette sul significato di essere insegnanti oggi, sottolineando come si tratti di un compito complesso che non può ridursi alla semplice trasmissione di contenuti disciplinari. L’insegnamento, spiega, è parte di un processo educativo più ampio che comporta anche una responsabilità sociale, perché nella scuola si formano cittadini e cittadine e si trasmettono valori.

Da questa prospettiva, esprime una forte critica alle recenti Linee guida per l’educazione civica e alle nuove Indicazioni nazionali, che giudica documenti ideologici, centrati su richiami identitari e anacronistici. Rivendica invece il ruolo della scuola nell’educazione all’interculturalità, intesa come ricerca continua delle connessioni tra le diverse culture, e nella prevenzione della violenza di genere, anche attraverso percorsi di educazione sessuo-affettiva.

Bruna mette inoltre in discussione l’introduzione del consenso informato, che a suo avviso compromette la funzione pubblica e costituzionale della scuola, subordinandola alle convinzioni private delle famiglie. Infine, riflette sugli effetti dell’autonomia scolastica, che ha progressivamente trasformato le scuole in organizzazioni competitive, accentuando la gerarchizzazione interna, il peso della burocrazia e della rendicontazione, fino a incidere sulla didattica e sull’apprendimento. Senza invocare un ritorno al passato, propone una revisione delle normative scolastiche, affinché ogni riforma sia fondata prima di tutto su solide basi pedagogiche.

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