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Scuola democratica 1982-2000. Tra ricerca e proposta politica



La doppia vocazione del biennio (n. 3-4/1986) – Parte terza

A parte la diversa impostazione culturale e metodologica, e l’assai maggiore analiticità degli schemi ministeriali, si trattava comunque di documenti entrambi ispirati al principio della ricomposizione dei programmi di studio del biennio attraverso la predisposizione di una ampia area di discipline comuni.

Ma il primo, quello della Commissione, costituiva in qualche modo (o poteva diventare) il frutto di un’operazione di ricerca e aggregazione di un vasto e articolato consenso sociale, culturale e infine politico sull’identità e sul ruolo del nuovo biennio unitario, non foss’altro che per l’abbastanza ampia e pluralistica rappresentatività dei componenti la Commissione stessa. È vero che quest’ultima traeva la sua origine da un provvedimento legislativo contestato in sede politica e bloccato nel suo iter parlamentare, ma nessuno avrebbe potuto impedire al Ministro di avvalersi del lavoro da essa prodotto qualora avesse ritenuto opportuno di decidere in tal senso. 

I «nuovi programmi» autoprodotti dal Ministero e resi noti nel mese di ottobre configuravano invece, di fatto, un tentativo di operare il rinnovamento (perché di rinnovamento di notevole portata, e in direzione di una maggiore unitarietà del biennio, pur sempre si trattava) soltanto in via amministrativa, vale a dire – al di là delle intenzioni o della consapevolezza del Ministro – senza e forse contro il consenso di gran parte dei protagonisti della progettata innovazione: partiti politici, compresi alcuni appartenenti alla stessa maggioranza di governo, associazioni professionali, sindacati, studenti. Insomma, una sorta di proposta/protesta del contestato Ministero (e Ministro) di viale Trastevere versus tutti coloro che venivano percepiti come «responsabili» a vario titolo del blocco dell’iter legislativo della riforma. 

Il Ministro Falcucci, peraltro, dopo la prima ondata di polemiche (sul metodo e sul merito) scatenatasi sui nuovi programmi predisposti dai suoi uffici, ha più volte dichiarato la sua piena disponibilità a modificarli, anche sulla base delle indicazioni scaturite dal vasto dibattito sviluppatosi a seguito della loro pubblicazione. Tuttavia, almeno fino al momento in cui scrivo, che è anche quello in cui è stata respinta in Parlamento la mozione di sfiducia individuale verso il Ministro (dicembre 1986), la senatrice Falcucci non ha affatto rinunciato all’idea di procedere comunque, attraverso il solo strumento amministrativo e anche in assenza di una legge di riforma, alla revisione in senso unitario dei programmi del biennio: una soluzione legittima sotto il profilo meramente procedurale, ma che appare quanto meno ardua dal punto di vista politico.

Esistono in Parlamento infatti, oltre al «vecchio» progetto di legge approvato dal Senato (marzo 1985), che almeno formalmente continua ad essere iscritto all’ordine del giorno della Commissione Istruzione della Camera, la proposta di legge socialista sul prolungamento dell’obbligo (che disciplina, come si è visto, anche il nuovo ordinamento del biennio) e due proposte di legge del PCI, una risalente al 7 ottobre 1983 (A.P. Senato n. 216) ed una seconda presentata il 6 ottobre 1986 (A.P. Camera n. 4044). In quest’ultimo progetto di legge, che appare assai più agile e innovativo rispetto al precedente (anche se, come l’altro, riguarda l’intero quinquennio), viene effettuato uno sforzo, analogo a quello che caratterizza la proposta socialista sul prolungamento dell’obbligo, di salvaguardare la piena unitarietà del biennio, contemperandola con l’esigenza di articolare i percorsi in funzione anche dell’uscita dal sistema scolastico, dopo i 16 anni, in direzione della formazione professionale. Viene infatti prevista, accanto all’area comune, un’«area di orientamento» costituita da moduli didattici di materie afferenti ai quattro settori del triennio» (visivo-musicale linguistico-letterario, delle scienze sociali e delle scienze matematico-naturalistiche), moduli che «possono articolarsi in serie con la formazione professionale post-obbligatoria» (art. 4, c. 3) e per le quali si prevede una specifica e distinta «certificazione» (art. 4, c.7). 

Il meccanismo appare un po’ schematico (soddisfa più le esigenze degli allievi orientati ad «uscire» dopo il biennio che quelle di chi intende continuare nei trienni), ma va in direzione – come il progetto socialista e come l’interpretazione in senso unitario dello stesso art. 3, c. 2, punto b) del testo del Senato 1985 – del consolidamento e dell’estensione della formazione comune a tutti gli allievi della fascia 14 16 anni: una linea, come si è visto all’inizio della nostra analisi, condivisa dalle forze politiche progressiste in tutta Europa, ma che in Italia ha trovato e trova accanite resistenze, mascherate dietro il velo dell’ambiguità e di un’estenuata filosofia della mediazione e del rinvio delle decisioni. Ma sembra difficile che «decisioni» come quella del Ministro Falcucci di sciogliere in via amministrativa un nodo che è essenzialmente politico possano davvero costituire una via d’uscita per la nostra scuola».  Infatti nella legislatura successiva (la decima, luglio 1987–aprile 1992), con i ministri Galloni e Mattarella, riprese l’impegno a elaborare di un modello di riforma sperimentale che ricevesse un ampio consenso politico-culturale e si muovesse nello scenario di una maggiore autonomia delle scuole, fu messo in cantiere il Progetto Brocca.

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