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Scuola democratica 1982-2000. Tra ricerca e proposta politica



La doppia vocazione del biennio (n. 3-4/1986) – Parte seconda

Furono proprio l’ambiguità e l’indeterminatezza delle soluzioni relative alle modalità ed ai tempi del prolungamento dell’obbligo ad indurre il PSI, all’inizio della nona legislatura, a contestare il compromesso raggiunto: dopo una fase di serrate, a volte convulse trattative, venne infine definito un nuovo accordo, approvato in aula dal Senato nel mese di marzo 1985 con il voto contrario del PLI e quello favorevole (solo sulla specifica questione dell’obbligo) del PCI, accordo in base al quale la questione delle modalità e quella dei tempi del prolungamento venivano ricomposte nel quadro della riforma attraverso l’adozione di una specie di «ciclo corto», da affiancare alla scuola secondaria unitaria ai fini dell’assolvimento dell’obbligo e da attivare «contestualmente» (art. 3, c. 1) all’applicazione della riforma generale. Il risultato, pur rilevante, della riduzione dei tempi e della determinazione a data certa della decorrenza dell’innalzamento dell’obbligo fu pagato tuttavia, in tale circostanza, con un nuovo compromesso sul versante delle modalità d’attuazione del nuovo «ciclo corto»: l’art. 3, c. 2, punto b) del nuovo testo del Senato parlava infatti, ambiguamente, di «corsi attivati nell’ambito dell’ordinamento scolastico», realizzabili «anche» attraverso «moduli di alternanza scuola-lavoro o in forma integrativa con la formazione professionale», aggiungendo che comunque tali corsi dovevano essere «idonei anche al proseguimento degli studi nella scuola secondaria superiore».

Si noti che il primo «anche» sembrava alludere ad una possibile attivazione di tali corsi tutta all’interno della scuola secondaria riformata, del tipo dei «cicli corti» previsti nel testo del 1982, mentre le altre due modalità esplicitamente indicate (alternanza scuola-lavoro e integrazione con la formazione professionale) costituivano un’apertura alla richiesta Dc di consentire il completamento dell’obbligo «anche» in una via diversa da quella scolastica. La riconduzione all’interno del modello unitario dei citati corsi (e l’esclusione, quindi, di una loro interpretazione in direzione del modello binario) sembrava peraltro essere assicurata dal punto e) dell’art. 25 (Delega), che riproduceva alla lettera la già citata disciplina dei piani di studio del «ciclo corto» nella versione del Senato 1982: «stesse materie dell’area comune previste per i primi due anni della scuola secondaria superiore», con «programmi svolti in modo da assicurare risultati formativi pari a quelli dei primi due anni della scuola stessa».

L’ambivalenza della soluzione legislativa adottata risultò chiara, tuttavia, al momento del passaggio del testo dal Senato alla Camera: i lavori della Commissione Istruzione di quest’ultimo ramo del Parlamento subirono ripetuti rallentamenti e rinvii in attesa che tra le forze politiche della maggioranza (quadri-partita, visto che il PLI manteneva la sua storica ostilità verso il modello unitario) si addivenisse ad un ulteriore chiarimento sulla questione delle modalità di assolvimento dell’obbligo prolungato. La DC aveva infatti

rilanciato in sede politica, dopo l’interruzione per le ferie estive, la sua richiesta di correggere il testo del Senato in senso più favorevole alla sua tesi, mentre il PSI aveva dichiarato «materia non disponibile» il citato testo del punto e) dell’art. 25, considerandolo come un’irrinunciabile garanzia per l’unitarietà del sistema di istruzione secondaria riformata, almeno al livello del biennio iniziale.

A questo punto la situazione, che appariva di stallo o comunque non destinata a rapidi sviluppi positivi, venne modificata dalla decisa iniziativa del PSI (novembre 1985), che, allargando la sua critica anche ad altri aspetti della riforma (i tempi troppo lunghi, l’eccesso di delega alla burocrazia ministeriale, la scarsa autonomia concessa alle singole unità scolastiche, l’assenza di interazione tra scuola e mondo dell’economia), pose sul tappeto per bocca del sen. Covatta – e successivamente dello stesso vice-segretario del PSI, on. Martelli – la questione di un nuovo e diverso approccio al processo riformatore, più chiaro nei contenuti e negli obiettivi e meglio definito nell’individuazione dei soggetti chiamati a gestire le innovazioni. Intanto, secondo il PSI, si sarebbe dovuto procedere con la massima urgenza ad innalzare l’istruzione obbligatoria, scorporando questo punto dal resto della riforma e facendone l’oggetto di un provvedimento separato. L’immediata conseguenza dell’iniziativa assunta dal PSI fu il congelamentodella discussione del progetto di riforma inseno alla Commissione Istruzione della Camera.

In coerenza con l’impostazione assunta, il PSI presentò al Senato un nuovo progetto di legge nel mese di febbraio 1986, avente per oggetto la sola questione dell’innalzamento dell’obbligo. La scelta in favore del modello unitario di biennio come unica via e modalità di completamento dell’obbligo prolungato era in tale progetto assai netta, giungendo fino al punto di prevedere che le lezioni relative alle materie dell’area comune fossero frequentate dagli allievi a prescindere dal scelte di indirizzo effettuate da ciascuno di essi (art. 2, c. 6). L’estensione oraria delle materie comuni doveva essere ovviamente la medesima per tutti, mentre poteva variare, per i soli indirizzi delle arti e tecnologico-professionale, la consistenza oraria delle materie di indirizzo (art. 4, c. 2). Era chiara, in questo tipo di impostazione, la ricerca di una soluzione centrata sull’area comune, ma idonea anche a soddisfare la domanda sociale di formazione di «ciclo corto» senza dar luogo a canali formativi specifici paralleli a quelli ordinari: una soluzione, comunque, tutta interna al sistema scolastico, e quindi assai diversa da quella contemplata nel testo approvato dal Senato nel 1985.

Quanto alle materie dell’area comune il progetto socialista non si discosta significativamente dai criteri già formulati nel testo del Senato 1985 per la loro individuazione, salvo che per una più marcata attenzione per la realtà storica e scientifica «nelle sue manifestazioni contemporanee» (art. 5, c. 2), giustificata evidentemente dalla prevedibile presenza, in tutte le classi, di allievi orientati verso la fuoruscita dal sistema scolastico subito dopo i 16 anni. Novità di un certo rilievo compaiono invece per quanto concerne i programmi di insegnamento, che «debbono avere carattere indicativo», in modo da «valorizzare la libertà di insegnamento dei docenti e la libertà della ricerca e della sperimentazione», e che «possono essere realizzati anche in forma modulare, infra-annuale o per unità di studio». (punti fermi dell’impostazione di Aldo Visalberghi, NdA).

La marcata presa di distanza dei socialisti dal testo parlamentare in discussione produsse nei mesi successivi alcune conseguenze: la prima fu la rinuncia, da parte del Ministro Falcucci, ad avvalersi dell’opera della Commissione, da lei stessa nominata con apposito Decreto del 19 aprile 1985, incaricata di «procedere ad un esame approfondito dei problemi attinenti i raccordi dei nuovi curricula di studio con le esigenze particolarmente del mondo del lavoro e, più in generale, della società». Si trattava di un organismo sufficientemente rappresentativo (e comunque integrabile): una cinquantina di componenti, tra i quali i dirigenti di tutte le maggiori associazioni professionali, esponenti del mondo accademico e di quello dell’economia, esperti di diversa ispirazione culturale e politica, ed anche alcuni rappresentanti del-

L’Amministrazione centrale come il direttore generale dell’istruzione tecnica dr. Caruso ed il capo dell’ufficio studi e programmazione dr. Augenti. 

La Commissione o «gruppo di studio», come la definiva il Decreto, era stata costituita dal Ministro, in effetti, subito dopo l’approvazione della legge da parte del Senato (marzo 1985), ed alla legge faceva infatti esplicito riferimento il citato Decreto istitutivo. È verosimile che il Ministro abbia tenuto conto di ciò quando, nel mese di aprile 1986, decise di rinviare «a data da destinarsi» la riunione, già formalmente convocata, della Commissione, che si apprestava a valutare in seduta plenaria un testo di base predisposto per l’occasione dai suoi quattro coordinatori (l’ispettrice Laura Persico Serpico e i professori Angelo Pescarini, Francesco Sabatini e Orazio Niceforo). È da notare che il testo elaborato dai coordinatori della Commissione concerneva specificamente i contenuti, o per meglio dire la modalità di identificazione dei contenuti dell’area comune del biennio iniziale della scuola secondaria superiore: la stessa materia, cioè, che costituirà l’oggetto, qualche mese dopo (ottobre 1986), degli schemi di «nuovi programmi» elaborati dagli uffici del Ministero «per il biennio degli istituti secondari superiori». (Segue)

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