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Su Medicina, la ministra Bernini ha fallito. Cronaca di una riforma annunciata come innovazione e conclusa come disastro sistemico.


Il fallimento della riforma dell’accesso alla Facoltà di Medicina non è stato un incidente di percorso, né l’effetto imprevisto di una sperimentazione coraggiosa. È stato, al contrario, un esito largamente annunciato da chiunque conoscesse davvero il funzionamento del sistema universitario italiano e i meccanismi sociali della selezione scolastica.

I costi di questo fallimento sono stati enormi e mal distribuiti. Li hanno pagati quelli che hanno attraversato la riforma sulla propria pelle e ne hanno subito le conseguenze indirette.

Il primo gruppo è quello degli studenti e delle loro famiglie. Migliaia di ragazze e ragazzi hanno perso quasi un anno di vita, insieme a risorse economiche, energie cognitive e tempo biografico, inseguendo un percorso confuso, improvvisato e opaco. Un “semestre di selezione” presentato come occasione di orientamento e democratizzazione, ma che nella realtà si è tradotto in una compressione violenta dei tempi di apprendimento, concentrata in poco più di due mesi effettivi, tra settembre e ottobre.

Il secondo gruppo è quello delle università. Gli atenei sono stati costretti a una riorganizzazione emergenziale, in tempi incompatibili con qualsiasi idea di qualità della didattica. Aule requisite, servizi congestionati, carichi didattici insostenibili per docenti e personale tecnico-amministrativo, con un effetto a cascata sull’intera popolazione studentesca, ben oltre Medicina. Un sistema universitario già sottofinanziato è stato ulteriormente messo sotto stress per sostenere una riforma priva di una cornice strutturale.

Di fronte a questo fallimento politico e sistemico, non è mancato chi ha avuto il coraggio – o l’imprudenza – di attribuire la colpa agli studenti. Secondo questa narrazione, il problema sarebbe stato l’incapacità dei candidati di “studiare seriamente” durante il semestre di selezione. Un argomento che rivela una profonda disonestà intellettuale.

Questo giudizio non considera la struttura reale di una scuola, in cui gli studenti accumulano competenze molto diverse attraverso una panoplia di corsi scolastici. In questo arcipelago, il differenziale nelle competenze in uscita degli studenti è spiegato, secondo i test Invalsi, fondamentalmente dall’aver frequentato o meno il liceo scientifico. Inoltre, si considera che non esiste un sistema di orientamento istituzionalizzato, ma è lasciato alla libera scelta dell’individuo. Un sistema “aperto” in cui il primo anno svolge, di fatto, la funzione (per un numero di studenti eccezionalmente alto), di ri-orientamento. 

Nello stesso tempo, questo sistema lasco e “lento” consente, tradizionalmente, ad alcuni studenti ben strutturati, di colmare eventuali deficit iniziali di competenze, come accade spesso per gli studenti del liceo classico quando affrontano le discipline STEM.

Nel caso della riforma di Medicina, il semestre selettivo, in realtà, non è mai esistito. È stato sostituito da un tempo didattico ridotto, accelerato, privo delle condizioni minime per un apprendimento significativo. E qui emerge un punto cruciale che la retorica degli “ai miei tempi” continua ostinatamente a ignorare. Molti studenti provenienti dai licei più solidi – incluso il classico – avrebbero avuto enormi difficoltà a colmare, in poche settimane, il gap di preparazione scientifica di base. È esattamente ciò che accade normalmente nei corsi STEM, dove i tempi di maturazione delle competenze sono lunghi e cumulativi.

La riforma ha dunque prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato, rafforzando il ruolo delle risorse familiari, del capitale culturale e delle possibilità economiche. Chi poteva permettersi corsi privati, tutoraggi intensivi e ambienti favorevoli allo studio ha retto l’urto. Gli altri sono stati semplicemente espulsi, dopo essere stati illusi di trovarsi di fronte a un percorso più giusto.

In questo quadro, appare ancora più macroscopica la concorrenza sleale del sistema universitario privato e la sua funzione di riproduzione delle élite ad alto capitale economico. In queste università, il numero programmato viene realizzato grazie a test di ingresso svolti in ciascuna sede e a un principio di selezione iniziale basato sulla capacità economica della famiglia. Certo, anche qui si fa selezione, ma all’interno di un campione ben ridotto e già autoselezionato di studenti di famiglie benestanti.

I limiti della vecchia procedura sono chiari a tutti e la selezione in ingresso non può basarsi esclusivamente su un test standardizzato. Questo è un punto che andava e va discusso seriamente. Ma qui emerge il paradosso politico di questa riforma. Infatti, i test, per quanto imperfetti (talvolta troppo imperfetti come quelli realizzati con la somministrazione a cura del CISIA), erano moralmente e politicamente più onesti di questo obbrobrio normativo. Almeno dichiaravano apertamente la funzione selettiva e non travestivano la selezione come orientamento, né il fallimento come responsabilità individuale.

Il vero problema, che la ministra Bernini e il suo governo hanno eluso, è che la crisi del reclutamento in Medicina non nasce all’università (così come per tutto il sistema universitario). È l’esito di un intero sistema di istruzione costruito come dispositivo di triage progressivo, che scarica sulle scelte individuali contraddizioni strutturali mai affrontate.

Pensare di risolvere tutto spostando la selezione di qualche mese, senza intervenire sull’architettura complessiva del sistema formativo, è un’illusione tecnocratica. Peggio, una scelta politicamente irresponsabile.

Una soluzione esiste, ma richiede ciò che oggi manca: una classe politica competente e coraggiosa, disposta a mettere mano a una riforma sistemica dell’istruzione italiana, dalla scuola primaria all’università. Non servono aggiustamenti marginali né nuovi dispositivi emergenziali, ma un ripensamento radicale dell’organizzazione dei percorsi.

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