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Educare a scuola senza stereotipi di genere. Una conversazione con Pina Caporaso

In questo primo episodio di Fuori di cattedra, Antonietta De Feo, per il Laboratorio di Sociologia Democratica, dialoga con Pina Caporaso.

Pina Caporaso è insegnante di scuola primaria. Laureata in sociologia con una tesi premiata dall’Unione Femminile Nazionale, si occupa di studi di genere relativi all’educazione. È stata attivista in reti di donne e si è occupata di formazione degli adulti su temi che riguardano il rapporto tra identità di genere, pratiche didattiche, stereotipi, intercultura, collaborando con riviste e enti specializzati sul tema. Attualmente insegna alla Scuola Europea di Bruxelles, ma prima ha avuto una lunga esperienza alla scuola primaria “Galileo Galilei” di Pistoia e, prima ancora, a Roma, tra l’Esquilino, Torpignattara e Pietralata. È autrice del documentario Bomba Libera Tutti – Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari, che è stato insignito del Premio Immagini Amiche, assegnato dall’UDI – Unione Donne in Italia e dal Parlamento Europeo per valorizzare realtà che veicolano immagini non stereotipate dell’identità femminile. È coautrice insieme a Giulia Mirandola e Michela Nanut del libro “Pioniere. Le donne che hanno fatto l’Europa“, edito da Settenove, attraverso il quale ha tenuto molti laboratori nelle scuole di varie città italiane ed europee. Ha appena pubblicato, sempre con Settenove, “Rompi le scatole. Idee e storie per fare a pezzi pregiudizi e stereotipi“, con i fumetti e le illustrazioni di Cristina Portolano.

Pina Caporaso ci racconta una delle esperienze che più l’hanno formata come insegnante e come studiosa di disuguaglianze di genere in ambito educativo. Nella scuola primaria Galileo Galilei di Pistoia ha sviluppato un percorso di autoformazione con un gruppo di insegnanti che ha iniziato a “studiarsi” e interrogarsi sul proprio modo di parlare con bambini e bambine, sulle richieste che si rivolgono agli uni e alle altre, sulla tendenza ad affidare certi compiti alle bambine e altri ai bambini, sulle scelte dei libri di testo e dei materiali didattici, insomma su tutte quelle pratiche che possono rafforzare o mettere in discussione gli stereotipi di genere.

Si tratta di un lavoro lento, collettivo, fatto di discussioni, esperimenti, aggiustamenti continui, che ha trovato nella dimensione informale la sua forza principale. Il percorso non è stato incasellato in nessun dispositivo o progetto formalizzato, ma si è sviluppato liberamente grazie a una dirigenza che aveva lasciato alle insegnanti un’ampia autonomia. Questa esperienza trova una testimonianza diretta nel suo documentario Bomba Libera Tutti.

Il racconto si sposta poi sul rapporto tra scuola ed editoria, a partire sia dai manuali scolastici sia dal mondo degli albi illustrati e della narrativa per ragazzi e ragazze. Pina ricostruisce alcuni passaggi storici – dall’accordo “Pari opportunità nei libri di testo” degli anni Novanta alle prime esperienze femministe degli anni Settanta, come la collana Dalla parte delle bambine con storie come Arturo e Clementina fino a romanzi come Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno – che hanno provato a scardinare ruoli di genere rigidi. Arriva poi alle sperimentazioni più recenti di case editrici che mettono al centro la decostruzione degli stereotipi e la rappresentazione delle differenze (di genere, etniche, legate alla disabilità), citando ad esempio il progetto “Leggere senza stereotipi” dell’associazione SCOSSE. Pur riconoscendo che i libri possono essere strumenti potenti di cambiamento, Caporaso insiste però su un punto: anche il libro più innovativo non basta da solo, perché “è lo sguardo dell’insegnante” e il modo in cui lo legge, lo introduce e lo discute con i bambini e le bambine a renderlo una occasione di apertura o, al contrario, a neutralizzarne il potenziale.

In chiusura, riflettiamo su cosa significa insegnare oggi e di cosa avrebbe bisogno la scuola. Il punto di partenza sono le persone: le storie di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, e anche quelle di chi insegna e lavora ogni giorno nelle classi. Pina rivendica l’importanza di una scuola che resti luogo di incontro tra differenze sociali e culturali, e denuncia il rischio crescente di segregazione per classe sociale e provenienza, che svuota la scuola del suo ruolo di palestra democratica. Richiama poi la forza, ma anche la fragilità, del modello italiano di inclusione delle disabilità, che senza risorse e personale formato non può reggere, e ricorda quanto siano state decisive, nelle sue esperienze, le ore di compresenza per accompagnare gli alunni nei loro ritmi diversi, sostenere chi è più indietro, creare gruppi di lavoro flessibili, e oggi invece usate come “tesoretto” per le sostituzioni. Infine, sottolinea il bisogno di dirigenti scolastiche e scolastici che si fidino del lavoro delle insegnanti e non lo schiaccino sotto la burocrazia, per permettere alla scuola di restare uno spazio vivo, capace di riflettere su sé stessa e di trasformarsi.

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