
Le Indicazioni Nazionali per il curricolo: un documento che si presenta come tecnico e normativo, ma che in realtà sembra scritto più per un manifesto del neoumanesimo conservatore che per una scuola del XXI secolo. Il testo ci offre una visione della scuola come istituzione quasi sacra, in cui l’alunno non è un semplice studente, ma un “completo umano” in costruzione, immerso in un’armonia pedagogica che ricorda più un quadro rinascimentale che una classe di realtà metropolitana contemporaneo. Innanzitutto, la centralità della persona come unità organica di dimensioni cognitive, affettive, spirituali e relazionali fa sorridere. Non è chiaro se l’alunno debba imparare algebra o meditare sull’armonia dell’universo. L’idea che «l’altro non limita la persona ma la compie» suona straordinariamente romantica e vagamente paternalistica: un bellissimo concetto che presuppone però una famiglia stabile, cooperativa e pronta a collaborare, perché altrimenti l’alunno rischia di non essere “compiuto”. E chi ha detto che tutte le famiglie siano modelli di perfezione etica e pedagogica? Il documento poi ci regala l’immagine del docente-magister: un’autorità morale, guida etica e custode del corsivo. Ogni insegnante deve essere un esempio di virtù, capace di ispirare il desiderio di apprendere e di formare il carattere. In altre parole, non basta insegnare matematica o storia: bisogna forgiare anime. E se il magister non ha la pazienza di un monaco medievale o la vocazione di un santo laico, allora l’alunno rischia di crescere imperfetto, come un foglio di quaderno senza margini. La libertà, secondo il documento, non è un diritto immediato ma una conquista interiore attraverso l’autodisciplina e l’autogoverno. Tradotto in termini concreti: vuoi essere libero? Prima impara a obbedire. È la versione pedagogica del “prima il dovere, poi il piacere”, che suona tanto nobile quanto paternalista e, ammettiamolo, un po’ repressiva. Poi c’è la posizione sulla tecnologia: qui il documento si supera in guardinga diffidenza. Il digitale è visto come una minaccia, potenzialmente capace di creare dipendenze e fragilità cognitive. L’alunno moderno è quindi chiamato a imparare a scrivere a mano e a rispettare la lentezza, come se un tablet fosse un demone e un corsivo elegante l’elisir di saggezza. La scuola diventa così un riparo umanistico che resiste eroicamente all’avanzata digitale. Non mancano i riferimenti a un universalismo occidentale presentato come neutro e condivisibile: libertà, dignità, democrazia, tutto impacchettato con la delicatezza di un manifesto culturale europeo, senza riconoscere le radici storiche e culturali di tali valori. È l’idea che la cultura occidentale sia il metro universale della civiltà, una prospettiva che oggi rischia di suonare un po’ fuori tempo, soprattutto in un mondo sempre più multiculturale. E poi c’è la parte sull’inclusione, descritta come missione salvifica: la scuola diventa quasi una clinica di empatia, gentilezza e cura del cuore. Non che l’inclusione non sia importante, ma trasformare la scuola in un centro di cura alla morale può far sembrare l’insegnante più un life coach che un educatore. In sintesi, le Indicazioni Nazionali propongono una scuola che, dietro il linguaggio tecnico, nasconde un progetto culturale profondamente ideologico e nostalgico: l’alunno deve essere competente, disciplinato, relazionale, tecnologicamente cauto, moralmente virtuoso e culturalmente occidentale. È un programma impegnativo, tanto utopico quanto paternalista, che sembra più interessato a forgiare cittadini-modello in laboratori di umanesimo, piuttosto che a formare individui capaci di affrontare la complessità della società contemporanea. In fondo, il documento è come una cartolina nostalgica difficile da mettere in pratica, e inadatto per chi preferisce la realtà all’idealizzazione del “bel tempo andato”.
Assunta Viteritti è professoressa ordinaria di Sociologia dell’educazione presso l’Università di Roma “La Sapienza”. È stata Vicepreside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione e componente del Collegio del Dottorato in Scienze Sociali Applicate. Ha ricoperto il ruolo di segretaria nazionale della sezione di Sociologia dell’educazione dell’AIS (2015–2018) e di presidente di STS Italia (2019–2021). È membro del comitato editoriale della rivista Tecnoscienza. A livello internazionale ha rappresentato l’Italia in progetti di ricerca europei e partecipa attivamente a network scientifici come EASST (del cui Consiglio Direttivo fa parte) ed ECER. I suoi principali ambiti di ricerca riguardano la costruzione sociale della scienza e della conoscenza, l’innovazione didattica, gli studi di genere e i processi di trasformazione delle istituzioni scolastiche e universitarie. È co-direttrice di Scuola democratica.