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Per una scuola al servizio della comunità. Una conversazione con Giulio Di Cicco


In questo quarto episodio di Fuori di cattedra, Ciro Cangiano, per il Laboratorio di Sociologia Democratica, dialoga con Giulio Di Cicco.

Giulio Di Cicco è dirigente scolastico nella scuola primaria, attualmente impegnato in un percorso di dottorato in Scienze Sociali e Statistiche presso l’Università di Napoli Federico II, dove svolge una ricerca sui processi di orientamento scolastico e sulle disuguaglianze educative.

La sua traiettoria prende avvio dalla filosofia: dopo la laurea, conseguita con una tesi sul linguaggio e l’interazione sociale nel pensiero di Pierre Bourdieu, ha collaborato con la cattedra di Filosofia del linguaggio, maturando un interesse per il modo in cui le parole costruiscono relazioni, possibilità e confini simbolici. 

Si è costantemente confrontato con le situazioni e i contesti della fragilità sociale. Per molti anni ha lavorato nel terzo settore e nella cooperazione sociale, progettando e coordinando interventi rivolti a minori, migranti, persone con disabilità, cittadini senza dimora e famiglie in condizione di marginalità. Successivamente ha ricoperto incarichi dirigenziali nella pubblica amministrazione nell’ambito delle politiche sociali, occupandosi di programmazione, integrazione socio-sanitaria e servizi di cura domiciliare. Negli anni più recenti, prima come insegnante poi come dirigente scolastico, ha sperimentato la scuola come spazio di possibilità, ma anche come luogo in cui le disparità sociali si riproducono e talvolta si consolidano. Nel suo lavoro è mosso dal principio secondo cui educare non significa indicare una direzione, ma creare condizioni perché ciascuno possa riconoscere e abitare la propria rotta.

Giulio Di Cicco ci parla della sua esperienza come dirigente scolastico della scuola primaria, soffermandosi in particolare sul complesso e delicato periodo segnato dalla pandemia da Covid-19. Nel suo racconto, l’emergenza sanitaria diventa però anche un’occasione per ripensare la funzione sociale della scuola, non solo come luogo di formazione, ma come presidio educativo e comunitario, capace di mantenere e costruire relazioni, offrire sostegno, fare rete.

Durante i mesi di chiusura, Giulio e i suoi collaboratori hanno scoperto e valorizzato l’archivio storico della scuola, trasformando un deposito dimenticato in un vero e proprio laboratorio di storia. L’archivio è diventato uno strumento didattico per bambini e bambine, un’occasione di ricerca per studenti più grandi e pian piano un punto di riferimento per la comunità locale. Nelle sue parole, l’istituzione scolastica assume così un ruolo inatteso di custode della memoria collettiva del territorio.

Il racconto si sposta poi sul tema dello svantaggio culturale e delle disuguaglianze sociali. A partire dall’esperienza della didattica a distanza, che ha messo in luce condizioni di disagio e di fragilità spesso invisibili, Giulio ripercorre un lavoro di ricerca sulla povertà educativa promosso dalla sua scuola in occasione del centenario di don Lorenzo Milani. L’indagine, che ha coinvolto attivamente le diverse scuole del territorio, ha prodotto un’importante banca dati, restituita pubblicamente alla cittadinanza e alle istituzioni. L’esperienza di ricerca non resta fine a se stessa, ma diventa il punto di partenza per costruire un tavolo interistituzionale tra scuole, comuni e servizi sociali, con l’obiettivo di rendere più efficaci le azioni di sostegno e rafforzare le reti educative.

Nelle battute finali, Giulio riflette sul senso del fare il dirigente scolastico in questo momento storico. Lontano da modelli eroici e individualistici, propone un’idea di dirigenza come lavoro collettivo, volto a mettere insieme capacità, risorse e soprattutto persone. Ne emerge una visione della scuola come spazio aperto e plurale, in cui il cambiamento passa prima di tutto dalla costruzione di fiducia e responsabilità condivise.

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