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Scuola democratica 1982-2000. Tra ricerca e proposta politica



Dal dossier Professionalità docente: problemi e prospettive di mutamento
(n. 2-3/1990) 

Parlavamo di professionalità docente anche nel 1990. Il dossier era diviso in tre parti: Il mutamento, L’identità, La categoria.

La prima parte ospitava tra gli altri articoli di Ivan Fassin, sindacalista della Cisl scuola tra i più aperti (che, forse per questo, non ne divenne mai il segretario), Piero Romei sulla progettualità dell’istituzione scolastica, Mario Gattullo sui mutamenti interni alla professionalità. Nella seconda parte spiccava un quadro delle competenze del docente di Aldo Visalberghi (la sua nota: «Enciclopedia pedagogica»), contenente anche proposte operative. Nella terza compariva un mio articolo di valutazione critico-problematica del ruolo dei sindacati della scuola. 

Ecco alcuni passaggi significativi di questi contributi. FASSIN: quello dell’organizzazione del lavoro didattico entro la scuola è «un problema mai seriamente affrontato nei suoi termini organizzativi, in quanto è sempre prevalsa una concezione di tipo individualistico del ‘lavoro’ docente, al più corretta da una volontaristica collegialità». Occorre correggere tale concezione, e qualcosa si potrebbe fare subito, in attesa di interventi di più ampia portata: «Anzitutto uno strumento di incentivazione effettivamente mirato su comportamenti organizzativi innovativi (verificabili e verificati, anche se ciò è difficile in assenza di strutture stabili e diffuse di controllo/ valutazione della qualità dei progetti). Si tratta di una strada da sviluppare anche per via contrattuale (ridefinizione e rifinalizzazione del fondo di incentivazione come assegnazione di budget mirati alle scuole, soprattutto per l’intervento progettuale e di coordinamento organizzativo), in attesa di coerenti politiche di coordinamento alle varie scale. In secondo luogo, lo sviluppo di alcune poche «figure» interne alla funzione docente (dunque non interamente distaccate dall’insegnamento) atte a svolgere un ruolo di promozione, consulenza, sostegno e rinforzo tecnico, coordinamento effettivo, del lavoro cooperativo barra collettivo dei docenti in situazione di «team», impegnati nella formulazione/conduzione di un progetto.

Questa la sottolineatura conclusiva di Fassin: «Abbiamo così tratteggiato le linee di un ‘contesto’ oggi in gran parte inesistente, un contenitore auspicato piuttosto che l’agorà ben strutturata in cui attivare la negoziazione di obiettivi funzionali e di sviluppo professionale desiderabili e necessari. Ciò tuttavia, giova ribadirlo, non giustifica in alcun modo l’inerzia o la defezione professionale di quanti, dirigenti o docenti, dovrebbero sapere che le strategie organizzative – oggi in verità alla portata di tutti – sono appunto lo strumento per avviare, in qualsiasi situazione, processi di ricostruzione istituzionale e azioni significative, dotate di grande valenza politica in quanto non solo valgono ad invocare o provocare interventi riformistici di più ampio respiro, ma preparano loro il terreno e predispongono a gestirne la realizzazione futura, che è la cosa più difficile è generalmente più trascurata». 

Il richiamo di Fassin alla via contrattuale per affrontare la questione degli incentivi da riservare a «poche figure interne alla funzione docente» si infranse, com’è noto (e come accadrà anche in seguito, praticamente fino a oggi, 2025), contro il tabù dell’unicità della funzione docente, in nome della quale è stata impedita qualunque articolazione della carriera e delle figure professionali, mentre il suo appello ad esplorare nuove strategie organizzative è stato raccolto da esigue minoranze, le «avanguardie» di cui aveva parlato già Raffaele Laporta nel 1981.

ROMEI: come Fassin, anche Piero Romei, docente di Teoria dell’organizzazione presso l’Università di Bologna, riteneva che l’innovazione – sia di quella che con il DPR 275/1999 di Berlinguer sarebbe diventata l’«offerta formativa» di ogni scuola («impresa», non «azienda»), sia della stessa professionalità docente – fosse strettamente collegata alla collegialità del lavoro dei docenti, e anche nel suo articolo veniva un appello in questo senso:

«Il ruolo del docente non può più ricoprire la posizione di assoluta centralità tradizionalmente tenuta, come professionista individual(istico), nel funzionamento e nella struttura scolastica; va riconosciuto e valorizzato, in base alle argomentazioni svolte, il Consiglio di classe come soggetto collettivo posto a presidio di un’effettiva azione progettuale collegiale».

Implicazioni:

l’apprendimento di abilità complesse (di natura trans-disciplinare) sotteso al concetto di educazione non può essere indotto da una sommatoria di prestazioni didattiche disciplinari, semplicemente (e casualmente) giustapposte, ma richiede un processo di insegnamento progettualmente integrato (ovviamente non totalmente, data la natura del processo stesso, ma sugli elementi concordemente definiti dai soggetti interessati come significativi e sufficienti) che è il contenuto del servizio scolastico «confezionato» con l’apporto di competenze diverse coordinate. Esso costituisce quindi il «terreno» di lavoro comune dei singoli insegnanti, da affrontare in modo effettivamente collegiale;

– l’insegnante quindi non può insegnare «da solo»; la dimensione naturale di un insegnamento in un’ottica anche di educazione è quella collegiale (non a parole, ma effettiva);

concetti, metodi, strumenti per il governo dei processi di insegnamento e di apprendimento (indipendenti ma distinti tra loro) non possono far riferimento (solo) alla dimensione individuale (che resta comunque, ed ovviamente, fondamentale), ma devono essere a supporto anche dell’azione collegiale degli operatori scolastici. Ma anche una volta acquisito concettualmente tutto ciò sorge immediatamente il problema relativo al fatto che gli insegnanti non sono abituati a lavorare insieme se non in modo volontaristico, spesso occasionale, certo fortemente influenzato dalle dinamiche informali, difficilmente strutturato ed effettivamente progettuale nel senso qui prospettato.

Si tratta quindi di lavorare su più fronti (della formazione, della sperimentazione di procedure di lavoro, del disegno di assetti organizzativi e strutturali, della definizione di ruoli) per affrontare adeguatamente questa problematica».

(Segue)

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