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La terza missione nell’università italiana


Il recente libro* di Stefano Boffo, Roberto Moscati e Michele Rostan presenta i risultati di un’indagine compiuta dagli autori in dodici atenei italiani, distribuiti fra Nord, Centro, Sud e Isole – sulla cosiddetta Terza missione: la missione dell’università che va affiancandosi alle altre due tradizionali: la ricerca e l’insegnamento. Missione della quale gli autori individuano due distinte funzioni o filiere: i) il technological transfert; ii) il civic (o social) engagement. In entrambe l’università si pone al servizio dello sviluppo del proprio contesto sociale: qualcosa di assai più esteso e ambizioso delle tradizionali attività extra-moenia. La Terza missione significa dunque lasciarsi alle spalle la concezione humboltiana dell’università come turris eburnea, d’allora in poi divenuta dominante in Europa. Tanto se ne allontana che qualcuno ha coniato l’appellativo di civic university

In una prima fase – notano gli autori – fu il trasferimento tecnologico, ossia il sostegno alle imprese del territorio, a prevalere. E conseguentemente furono gli economisti ed i tecnologi ad esserne i protagonisti. In un secondo tempo l’intervento si è allargato al civic engagement e ad entrare in campo sono stati allora anche docenti di altre discipline, comprese a volte quelle appartenenti al novero delle scienze umane e sociali. Come sociologo dell’educazione mi è venuto naturale paragonare questa importante innovazione a ciò che, più o meno nello stesso periodo, è accaduto nell’altra agenzia educativa, la scuola. Ad accomunare università e scuola é stato non tanto l’apertura al contesto socio-economico locale, bensì il modello gestionale. Fu infatti da entrambe adottato il modello «dell’autonomia delle istituzioni educative e direzione a distanza» per la scuola, mentre per l’università, già più autonoma, si trattò piuttosto di una «valutazione a distanza». Tale modello era ampiamente condiviso e caldeggiato dalle organizzazioni internazionali. Oggi, tuttavia, esso viene da taluni criticato perché vi si individua ‒ a mio avviso ingiustamente – una derivazione neo-liberista, che ne farebbe un parente prossimo del New Public Management (NPM) inglese. Ingiustamente, perché l’istanza dell’autonomia tanto delle università quanto della scuola traeva origine da una storia precedente sia allo NPM che al neo-liberismo. Storia della quale a figurare da protagoniste furono non il mercato, ma le rispettive leadership, nonché il personale docente e di ricerca. L’autonomia ha comportato per entrambe il passaggio dal centralismo ministeriale di stampo burocratico al decentramento: un cambiamento che poteva anche favorire l’instaurazione di un più stretto rapporto con il contesto socio-economico locale. 

Di fatto è stata però soprattutto l’università a sfruttare con la Terza missione tale opportunità. Il cui propellente non fu un atto legislativo del governo o una decisione del ministero bensì la decisione dell’ANVUR, ossia di un organo interno al sistema universitario, di estendere ad essa le sue valutazioni sull’operato degli atenei. Le mutazioni della governance in senso autonomistico si sono accompagnate nel caso dell’università ad un processo di “complessificazione” del ruolo attribuito ai docenti. In quanto si è a loro richiesto di instaurare crescenti rapporti di collaborazione con il mondo esterno, in particolare con il territorio di riferimento ed i soggetti istituzionali che in esso operano, compresi quelli politici. Quindi oltre alla complessificazione si è avuta anche una politicizzazione.

La seconda, tuttavia, in un senso antitetico rispetto a quella che oggi si sta verificando clamorosamente negli Stati Uniti di Donald Trump. Qui la politicizzazione tende infatti a sopprimere l’autonomia delle università ed asservirle al potere politico. Mentre da noi con la Terza missione s’intende piuttosto rafforzarla, fino in alcuni casi a sostituire, come osservano gli autori, il modello tradizionale della turris eburnea con quello della civic university. E non solo. Negli Stati Uniti la politicizzazione nella strategia della destra attualmente al governo funge da volano per un cambio di egemonia politica e culturale a suo favore. E questo, facendo leva anche su un’operazione di natura simbolica: spazzare via perfino le parole-chiave dei progressisti ‒ quali giustizia sociale, libertà, eguaglianza, equità, inclusione. Rimpiazzandole con quelle dei regressisti, quali nazione, sovranismo, tradizione, dogmatismo religioso, individualismo, diseguaglianza. Lì si deportano gli immigrati e si espellono dalle università gli studenti che la pensano diversamente dal governo. Qui si verifica, come mostra il libro di Boffo, Moscati e Rostan, piuttosto il contrario. Un esempio, non l’unico possibile, è l’importanza che con la Terza missione è venuto assumendo l’intervento delle università nelle carceri per la formazione dei carcerati ai fini di un loro futuro positivo reinserimento nella società. Azione, questa, lodevole ed in passato troppo trascurata. Ricordo, ad esempio, l’eccezionalità di un mio intervento, deciso dall’Università di Urbino dove allora insegnavo, per contribuire alla formazione di un carcerato già ben noto per le sue imprese da brigatista rosso. Ma tanti sono i casi richiamati nel libro di azioni delle università ‒ e di alcune in particolare (ad esempio il Politecnico di Milano e l’Ateneo di Roma 3) – a sostegno dei soggetti esterni più vulnerabili e dello sviluppo, non solo economico, ma anche culturale, del territorio. Sul piano dell’apertura al territorio l’università si è venuta a trovare, come era scontato, assai più avanti della scuola. Tanto che per questa non si può parlare né di una Terza missione e nemmeno – salvo eccezioni – di una Prima, cioè la ricerca. Che gli insegnanti dovrebbero sì fare, anche perché inclusa tra le attività scolastiche indicate dalla normativa sull’autonomia. Ma che in realtà poco fanno. 

Per la scuola si può parlare solo di Seconda missione, ossia della didattica. Leggendo il volume di Boffo, Moscati e Rostan mi hanno colpito favorevolmente il rapido sviluppo e la varietà delle iniziative di Terza missione assunte dalle università. Accanto alle molte luci ho però notato alcune ombre. Tra le luci meritano una citazione, oltre al suddetto intervento nelle carceri, quello a favore dello sviluppo anche culturale delle periferie urbane. Tra le ombre l’ancora scarsa collaborazione dell’università con la sua limitrofa – la scuola – nel campo che più potrebbe accomunarle: il civic engagement. A differenza di quanto accadde negli anni Settanta, quando fu riformata la dirigenza scolastica e si verificarono non poche esperienze di interventi formativi a supporto delle scuole da parte di dipartimenti universitari. Di una delle quali, effettuata dal Dipartimento di Sociologia di Sapienza, mi occupai personalmente. Un altro limite è rinvenibile sempre nel public engagement. I dipartimenti di scienze sociali risulta che vi si sono impegnati poco: solo in un caso su sei nelle università del Nord-Ovest e in un caso su nove in quelle del Centro. A farlo di più sono stati anzitutto i dipartimenti di scienze umane (in particolare quelli di pedagogia). Si tratta di un limite in quanto le scienze sociali nel social engagement potrebbero avere una funzione di propulsione simile a quella che ha avuto l’economia nel technological transfert. Vi è però un campo di natura curricolare in cui la scuola proprio nel civic engagement risulta, anche per legge, più attiva dell’università: l’educazione civica. Non si capisce perché di questa non debba occuparsene pure l’università, considerato il grande bisogno che oggi vi é di un’educazione civica democratica e interculturale dei giovani (vedi il modello proposto dal Consiglio d’Europa). Poiché ci troviamo in un’epoca caratterizzata da un sempre più minaccioso attacco geopolitico delle autocrazie alle democrazie, attacco dal quale queste stentano a difendersi. L’università avrebbe del resto, anche più della scuola, le risorse conoscitive per farlo e un potenziale di fruitori probabilmente più interessati e ricettivi in quanto si rivolgerebbe a studenti maggiormente avanti nell’età. E magari potrebbe rivolgersi anche a giovani adulti, cioè a soggetti già usciti sia dalla scuola che dall’università, presenti nel territorio. 

Un ostacolo ad un siffatto sviluppo della Terza missione potrebbe provenire dall’accentuato disciplinarismo che caratterizza gli insegnamenti universitari. Malgrado la vigente legge sull’educazione civica nella scuola stabilisse giustamente che tale insegnamento sia trasversale fra le discipline. Ciò che tuttavia di fatto sembra raramente essersi verificato. In effetti il disciplinarismo spinto rimane una remora per entrambe le agenzie educative, e più ancora per l’università che per la scuola. Dato che nell’università l’approccio didattico per competenze, che almeno sulla carta costituisce un leitmotiv nell’ambito della scuola, probabilmente fatica a penetrare. Ed a risentirne negativamente è la formazione universitaria degli insegnanti della scuola, che da sempre rappresenta il principale campo di collaborazione fra queste due agenzie educative. E dell’approccio per competenze, che dovrebbe essere centrato su problemi di realtà presenti al di fuori della scuola, quindi anche sul territorio di essa, nell’università probabilmente ancora poco o niente si parla. 

Il libro non omette di guardare alle difficoltà ed ai limiti in cui s’imbatte la Terza missione nel suo rapido sviluppo in ambito universitario. Occorrerebbe, ad esempio – perché finora insufficiente – una formazione ad hoc dei docenti ed anche degli studenti iscritti a corsi di dottorato, che in alcuni casi già collaborano a queste attività. Un’altra è di tipo economico: il sovraccarico di lavoro al quale si trova sottoposto chi fra i docenti si fa carico di questa nuova funzione in aggiunta al tradizionale lavoro di ricerca e di didattica. E lo fa a retribuzioni invariate. Un altro limite avrebbe potuto manifestarsi. L’esclusione reciproca tra le due filiere della Terza missione: il technological transfert e il public engagement, ossia tra la caratterizzazione economica e la caratterizzazione sociale. Fortunatamente dalla ricerca di Boffo, Moscati e Rostan ciò non emerge. Prova ne sia il fatto che i Politecnici risultano essere all’avanguardia in entrambi gli ambiti. Temo tuttavia che, se continuasse l’attuale politica governativa di tagli alla spesa universitaria, gli atenei si troverebbero costretti a privilegiare le attività del primo filone, il technological transfert, dalle quali ricevono remunerazioni, a scapito di quelle volontarie del civic engagement. Dando così a questa politica una connotazione soprattutto economica piuttosto che civica e sociale, quindi a favore delle imprese e non anche degli svantaggiati. Concludo dicendo che si tratta di libro eccellente, utile sia per la ricerca, sia per la didattica, sia per le politiche.

*Stefano Boffo, Roberto Moscati, Michele Rostan, La Terza Missione nell’Università Italiana, Guerini e Associati, Milano, 2024

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